Rajaram che morì a Firenze
In fondo al parco delle Cascine di Firenze c’è il giardino dell’Indiano, con il suo tabernacolo o baldacchino – uno scrigno in stile eclettico orientalizzante – recante la statua di Chuttraputti, raja indiano deceduto a Firenze nel 1870.
Passeggiando nel parco non si può non ripensare a quel giovane regnante del Punjab, che prometteva bene per il suo valore e per l’onestà, ma che non aveva ancora combinato niente di particolarmente significativo. E quasi per caso venne a morire qui sull’Arno, durante un viaggio di ritorno da Londra, dopo aver contratto un’infezione polmonare chissà dove.
Nella notte la pira fu innalzata, e il giorno dopo le ceneri sparse, come da tradizione, alla confluenza di due fiumi – in questo caso Arno e Mugnone –, tra la curiosità delle comunità anglosassoni, dei gruppi iniziatici, dei poeti e artisti, mentre gli scrittori macchiaioli facevano ironia dietro le quinte. L’evento lasciò un segno tale da dare un nome ancor oggi a quella parte delle Cascine, e persino al grande ponte sospeso sull’Arno.
Ma a parte la sua colorata dipartita, chi è davvero per noi fiorentini Chuttraputti? irrisolto o ancora fluttuante – perché privo di un tangibile significato storico, una missione, un anelito —, è un po’ come un emblema o uno specchietto, una disposizione o un vestito che possiamo indossare, ritrovando qualche giovanile contatto con l’oriente esistenziale.
Il parco dell’Indiano è un luogo-rampa, pensato per proiettare l’anima di certi al di là del politico o dello storico, come se il ponte lassù permettesse uno slancio, una propulsione ulteriore. E il sedile del pilota è sempre vuoto: a disposizione. Sei tu a dovergli conferire un significato, a dover essere raja che da un senso.
In molti ci hanno provato. Non si tratta difatti dell’unico “Indiano”, simbolicamente inteso, che
abbiamo avuto a Firenze. Dai tempi dei primi sincretismi la città ha
avuto tra i suoi cittadini personaggi intrisi di un fascino orientale,
gente che portava cose indiane, che predicava una certa spiritualità, o
che comunque affermava un’immaginario orientale.
Ma pochi di essi, o forse nessuno fino ad ora, ha avuto le proprie ceneri gettate nelle acque d’Arno così come Chuttraputti. Sembra invece che questo onore sarà riservato, nel prossimo settembre, all’ ”indiano” di cui mi occupo in questo articolo.
Un altro “Indiano di Firenze”
Oggi non parlerò di personaggi e fatti avvenuti secoli fa, ma di qualcuno di più prossimo, slegato dal flusso dei grandi eventi storici, ma capace comunque di rappresentare un momento e un sentire complessi, forse una visione del mondo.
Non ne dirò il nome/cognome, in rispetto ai familiari, ma alcuni tra i lettori lo riconosceranno. Si tratta di una persona a me cara, sebbene non lo vedessi da qualche tempo, venuta a mancare poche settimane fa. Negli anni ’80 e ’90 spesso lo chiamavamo proprio “Indiano”: un fiorentino appassionato d’oriente, un indagatore e un pensatore sfidante, una figura curiosa e interessante. Per me, almeno in infanzia e adolescenza, fu una specie di parente, essendo lui (al tempo) molto amico dei miei genitori ed io assai legato ai suoi figli.
Tutto ha inizio in una Firenze molto diversa da quella odierna, almeno nella prospettiva che ricordo e che ho vissuto da ragazzino. Un mondo piccolo-borghese e al contempo un po’ hippy, intriso di cattolicesimo ma aperto a spiritualità ulteriori – insomma, in pieno Riflusso – in cui l’Indiano in questione si muoveva con grande libertà filosofica e relazionale.
Appassionato di tutto ciò che riguardava l’India, l’aveva visitata in più occasioni e amava mostrare diapositive, raccontare episodi, ricavare teoremi dalle situazioni spirituali che aveva conosciuto. Argomenti come ‘Cristo che fugge in India’, la storia stessa di Chuttraputti, come e altri soggetti sincretistici, io li ho conosciuti molto prima di altri, perché ce ne parlava lui.
Musiche orientali, melodie di sitar ma anche dischi di prog-band giungevano da casa sua, stracolma di soprammobili, quadri, chincaglierie indiane … quanto quella dei miei genitori era perdutamente fiorentina, borghese, novecentesca, patriarcale, macchiaiola. A pensarci, può trattarsi di due poli dello stesso sistema: l’uno l’inconscio dell’altro.
Da qui un legame stretto, una specie di a-priori che permetteva di frequentarsi nonostante le diversità. Sono felice di aver avuto questo indiano tra le figure della mia infanzia, perché era divertente e talvolta geniale, e con me è stato generalmente incoraggiante.
Funzioni originarie
L’Indiano aveva però una caratteristica di non poco conto, che ho rivisto in altri “indiani borghesi”, ma non solo. Nelle circostanze mondane, faceva spesso la parte del provocatore: uno che aveva una visione molto libera su certi aspetti dell’esistenza e non si faceva problemi a esprimerla, ostentando con sconcertante pacatezza un atteggiamento a tratti misticheggiante, poi improvvisamente nichilista e libertino … e così via.
Tra le sue vittime abituali c’era mia madre, incapace d’astenersi dall’apologia di sé stessa – fiorentina nelle ossa, e dunque ironica quanto permalosa. Mentre l’ironia dell’Indiano, pur attraversando la “fiorentinità”, la sbaragliava, passando oltre: colpiva nei nodi concettuali e talvolta dolenti, tesseva una trama intorno a certe donne e uomini. Non so quanto tutto questo fosse premeditato – strategia o carattere irriducibile – ma certo risultava accerchiante.
Probabilmente in molti casi l'Indiano aveva ragione. Ma non sempre è opportuno "metter le persone davanti a sé stesse", e ogni tanto qualcuno lo mandava a quel paese. Così come fece infine mio padre – non si scherza con chi, proveniente da Fiesole, l’animo «tiene ancor del monte e del macigno» (Inferno XV,63).
Vi è però da chiedersi – e forse sono qui anche per questo – se il valore storico di una persona possa essere riconosciuto al di là delle conseguenze specifiche e personali dei suoi atteggiamenti.
Se alcuni, forse nella convinzione d’interpretare sé stessi e una qualche “verità”, finiscano per rappresentare un prototipo ancestrale, necessario forse a una certa economia essenziale della società umana.
Se, in altre parole, l’Indiano avesse avuto un ruolo meccanico-popolare originario, che lo aveva in qualche modo travolto e che non era riuscito a cavalcare pienamente; e che consisteva proprio nel rivoltare certi equilibri, permettendo (al di là dei vantaggi personali del momento) che nuove configurazioni potessero affermarsi.
Anche se può sembrare – forse non a torto – che mi stia perdendo in attribuzioni smisurate o vagheggianti, per me si tratta di riflessioni di non poco conto. Oltretutto perché spesso, noi fiorentini, ci siamo scoperti portatori d’atteggiamenti critici e provocatori che altri – provenienti di altri paesaggi – non hanno avuto la capacità di digerire. L’argomento è complesso e non lo dipaneremo tra queste righe; ma, se penso a quel provocatore che è in me – fiorentino o etruschero che sia – allora posso tener presente anche il fatto che, tra le figure della mia infanzia, c’è stato qualcuno come l’Indiano.
Dagli anni ’90
Con il passare degli anni, sia la spiritualità dell’Indiano che i suoi corollari ironico-provocatori presero una piega più fatalista, commiserante, forse distruttiva – a suo modo comunque etrusca. Non scriverò certo di cose che non so e non conosco, ma si può dire che vi fu un’erosione della persona … mentre il personaggio continuava a regalare quadri deliziosi.
Ricordo quando da studente passavo a trovare l’Indiano nella bottega che tenne aperta per qualche anno, dove faceva i tarocchi e vendeva le sue cose indiane. Era spesso impeganto a scrivere delle specie di carte, o piccoli fogli manoscritti in caratteri piccolissimi; non so bene a chi fossero diretti, ma so che erano molti e ... sarebbe da farci un libro vero e proprio.
Con l’Indiano si continuava a filosofeggiare amabilmente, nonostante le diversità – era una di quelle persone capaci di far saltare i limiti generazionali –, in pomeriggi ricchi di una libertà oggi impensabile, perchè sostanzialmente impossibile.
Diversissimi - io un esistenzialista post-punk dalle pericolose venature ontologiche; lui misticheggiante, imprevedibile e audacemente etereo, avevamo in comune né più né meno che la spettralità.
Entrambi ci aggiravamo per Firenze, in cerca di qualcosa diverso nella sostanza, analogo nell’indicibilità. Non mi riferisco alle derive romantiche dello scrittore, né ai trascinamenti dell’ebbro, né alle bighellonate del flaneur; ma a qualcosa di più marcatamente fiorentino, che forse è stato ben rappresentato, nella sua inconcludenza, da certe sinistre canzonette dei Diaframma.
Capitava così d’incontrarsi qua e là, in piena fiorendipità – come una volta in cui lo vidi, graziosamente perso, con una vecchia borsa in stile edoardiano, stracolma dei suoi foglietti manoscritti, tutto preso a suscitare questioni con un edicolante. L’Indiano non abitava più a casa sua. Se n’era andato, preso da misteriose ispirazioni, improvvisamente seduto al “posto vacante” del pilota orientale.
Recuperò poi una certa stanzialità, continuando a fare tarocchi in negozi diversi. Riprese persino gli studi, diventando insegnante di Religione alle scuole secondarie, un ambito in cui potè senz'altro soddisfare il suo provocatorio istrionismo.
Non troppi anni fa lo incontrai nuovamente, ormai anziano, in Borgo Ognissanti e attaccò suscitando una questione che aveva preso a porre a molti dei conoscenti in cui s'imbatteva.
Suonava più o meno: «Ho fatto tutto quello che potevo per capire che cosa c’è dopo la morte, sono stato in Palestina sulle tracce di Gesù Cristo, sono andato diciotto volte in India per conoscere la verità … ma ancora non mi è chiaro cosa …». Quel giorno la mia risposta fu ironica quanto perentoria: «forse la risposta non sta nel viaggio.».
L’Indiano annuì.
Concludemmo, con qualche ghiribizzo, che viaggiare – per ricerca o per godimento che sia – è una cosa bellissima che caratterizza molti grandi uomini; ma che, al contempo, tutti i più grandi imbecilli che avevamo conosciuto si erano vantati d’essere degli ottimi viaggiatori.
Epilogo
Infine possiamo dire che l’Indiano, in un modo o nell’altro, nella coscienza ultraterrena o nello smarrimento ancestrale – fosse solo per un istante – ha avuto risposta alla suddetta domanda; ed ha finito i suoi giorni, mentre le ceneri saranno sparse alla confluenza di Arno e Mugnone.
Sono doverose, alla fine di questo articolo – che resta comunque un articolo su Firenze – le mie condoglianze ai figli, a cui mi sento e mi sentirò sempre vicino; alla loro madre e a chi ha assistito quest’uomo.
Un uomo forse così diverso dall’Indiano storico, Rajam … ma è evidente ormai che si tratti di livelli dello spirito, quasi di “cariche” che si ottengono o che si ereditano – rimanendone talvolta travolti, talaltra intoccati e inconsapevoli – innanzi agli déi – che attendono, al di là del ponte.
E prevedo quindi che ci saranno altri Indiani, capaci di raccogliere qualche valore sommerso della fiorentinità. Come spero che ci ogni tanto torni ancora qualcosa – di quella stramba e irrequieta Firenze degli anni '80.
Lorenzo Pecchioni
Fiorendipità
ogni primo Marte-dì del mese
