Che cosa abbiamo perso del nostro paesaggio, e quanto stiamo perdendo anche in questo momento, in Toscana come altrove? Non mi riferisco a una prospettiva ecologica, di sostenibilità o di salvaguardia, ma a una questione essenzialmente immaginale.
Parlando di paesaggio in senso fotografico e artistico, quanto in senso geografico-concettuale, potremmo stilare un repertorio degli “iconemi perduti”: elementi che comparivano un tempo e che oggi non si distinguono più, che sono scomparsi, diradati o fortemente livellati.
Gli iconemi si trasformano? Si scambiano? Forse i valori che concentravano su sé stessi sono ora annidati altrove. O al contrario, in alcuni casi quelle “energie” sembrano essersi semplicemente disperse, come peri-spiriti scompigliati dal vento.
Nelle fasi di grande cambiamento dei paradigmi antropici succede di perdere semi, segni, funzionalità, fuori e dentro di noi.
I covoni
È forse questo il caso dei cosiddetti covoni: fasci di spighe legate insieme, eretti nei campi dopo la mietitura e in attesa della trebbiatura, visibili ovunque almeno fino al secondo Dopoguerra. Presenze che caratterizzavano anche i dintorni di Firenze, ma di cui al momento non è rimasto niente né si ravvedono, almeno ad una prima analisi, elementi analoghi.
In Italia centrale e in Toscana in particolare, il covone è per secoli una presenza stabile del paesaggio estivo. La sua scomparsa coincide con la diffusione delle mietitrebbie, tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Da quel momento il grano passa quasi senza mediazioni dal campo al silos, e il tempo lento del paesaggio agricolo si contrae.
Forse proprio perché destinato a scomparire, il covone diventa uno dei soggetti privilegiati dell'arte post-macchiaiola. Così, se Telemaco Signorini ed altri dipinsero il centro di Firenze prima dei grandi sovvertimenti di Firenze Capitale, altri pittori, in una fase successiva, dipinsero i covoni ed altri soggetti campestri, registrando presenze che stavano scomparendo.
Nell'Impressionismo francese, Monet aveva già trasformato i covoni in laboratori visivi per lo studio della luce, in un certo senso decontestualizzandone la presenza; mentre nell’arte toscana appaiono elementi strutturali del paesaggio, punti di equilibrio tra natura e lavoro umano. Nei dipinti di Giovanni Fattori, nei "pagliai" come nei paesaggi della Maremma e del Valdarno, il covone assume una gravità quasi monumentale, costruito per grandi campiture, terroso, compatto, con una volumetria che dialoga con le colline. In Silvestro Lega è più "abitato", quasi affettivo, legato al lavoro femminile o alle quinte silenziose dei campi. In Odoardo Borrani compare come nucleo cromatico caldo, in contrasto con il cielo. In un dipinto di Ludovico Tommasi i covoni hanno dimensioni gigantesche, grosse cupole o mammelle circondate da animali e persone, figure monoformi clonate a pennellate mentre compiono il proprio lavoro.
Se nei Macchiaioli il covone raramente dà il titolo all'opera, restando invece una presenza quotidiana, di valore inconscio, alcuni seguaci novecenteschi della macchia (post e ri-postmacchiaioli) sembrano attribuirgli maggiore individuazione. Spesso i covoni stanno a coppie, e intorno ad essi ci sono meno figure umane, generalmente nessuna.
In un dipinto di Rodolfo Marconcini, esposto e premiato negli anni ’50, il covone dà il titolo all’opera: è “Il sopravvissuto” che sta al centro del paesaggio, arricchito da istintive pennellate violecee.
Siamo negli anni ’60, e i covoni stanno scomparendo.
Addensamenti archetipici
Mi pare che la forza di questo iconema si spinga oltre il registro puramente visivo, cromatico e simbolico.
Nei campi del Chianti e delle campagne intorno a Firenze, dove le tracce di un passato etrusco sono intuibili e talvolta evidenti, il covone può essere letto come una eco formale dell'antico modo di abitare la terra dei nostri antenati. Un simbolo consapevole, residuo visivo ed arcaica abitudine dello sguardo. La struttura elementare del covone, dalla massa compatta, raccolta, cupoliforme o pseudo-conica, lo avvicina al registro simbolico di una delle presenze più caratteristiche e insondabili del nostro paesaggio: i cosiddetti meloni etruschi.
Rievocando questa idea, già approfondita in un passato articolo (1), non voglio indicare semplicemente i tumuli-colline archeologici (chiamati talvolta, appunto, meloni), quanto l’impressione – l'intuizione – il “sospetto” che particolari collinette o addensamenti di terra ai lati dei campi possano celare una presenza ulteriore, antichissima; quindi l'evocazione implicita di questa presenza. Qualcosa del genere avverrebbe per il covone che crea, còva un'evocazione o un presagio specifici.
Porzioni di campo sottratte alla dispersione, raccolte e rese visibili, in entrambi i casi si tratta di un gesto di concentrazione: la materia viene addensata, separata dal flusso indistinto della natura. Il covone, come il tumulo, è una forma liminale. Il primo custodisce l'anima per una sopravvivenza ultraterrena; il secondo custodisce il grano in vista di una trasformazione che lo renderà nutrimento. Ciò che è contenuto non è finito, ma in attesa. Quindi può avere ancora qualche margine di intenzionalità.
Come il tumulo, il covone è una forma senza aperture visibili: non mostra ciò che contiene. Ed anche questa chiusura lo rende disponibile a un "qualche mistero", dunque all'immaginazione simbolica. Nel folklore rurale europeo, i mucchi di paglia sono spesso luoghi di tesori nascosti, dimore provvisorie di esseri fantastici, soglie tra il mondo visibile e quello sepolto. È tipico di una forma visionaria arcaica rivedere presenze autonome e umanoidi in forme geologiche, naturali o nature morte (2). Una risonanza formale che, in questo caso, emerge soprattutto quando il covone è isolato nel campo, stagliato contro una linea di colline morbide.
Il covone è il tempio, il cerchio, il centro in cui può riaddensarsi la violacea energia dell’Etrusco, inteso in senso atemporale ed espanso. Forse un secolo fa era più facile scorgere questa figura: una certa predisposizione d'animo era parte integrande del carattere dei toscani. E persisteva ancora in quella forma ironica-pittorica riconoscibile, prima di divenire un “peri-spirito” e riaddensarsi altrove – forse in altri iconemi, forse in altre modalità di percezione.
I Macchiaioli, con la loro pittura anti-retorica e profondamente radicata nel reale colsero, in relazione alla loro epoca, questa continuità senza nominarla, lasciando che l’Etrusco continuasse ad agire silenziosamente.
Perché non c’è niente di più reale dell’al di là, con cui conviviamo in questo misterioso tessuto d'immaginosità: la vita.
Lorenzo Pecchioni
Fiorendipità
Ogni primo Marte-dì del mese
Note
1) https://www.pressandarcheos.com/va/iconemi-del-paesaggio-etrusco/
2) Per la comprensione di questo aspetto visionario dell’esistenza degli antichi risulta sempre importante K.
Kerényi, Dioniso, del 1976.
Nota dell’autore: i testi pubblicati in questo blog sono scritti generalmente in pochi giorni se non poche ore, in prossimità del Marte-dì di riferimento, ed è possibile che contengano approssimazioni tecniche; refusi o altri tipi di errori, quanto riferimenti (a persone o cose) da ritenersi casuali. Si invita i ricercatori, se mai fosse necessario, a vagliare in altra sede i dati storici e si resta comunque a disposizione (in email o commenti, anche sui social) per errata corrige e precisazioni varie.

