Il "chiasso fantasma" di Badia nell'immaginario dantesco

Chiassi e chiassuoli

Nel lessico urbanistico della Firenze medievale il termine chiasso designa una viuzza stretta e breve, talvolta tortuosa, che s'insinua tra i casamenti senza seguire il reticolo ordinato, cioè lo schema delle insule d'origine romana riconoscibile da secoli. 
Il chiasso è quindi all’incirca un vicolo, o forse meno; ma non per questo privo di storia, come nel caso del poco noto “chiasso di Badia”, presente nel repertorio dei toponimi e delle fonti dantesche, tra i documenti relativi alle case degli Alighieri.

Mi è capitato di tornare a riflettere su questo luogo, apparentemente secondario, durante un passaggio – casuale quanto pensieroso – nei pressi della Badia. E il ricordo del percorso incerto del vicolo m'è sembrato per un attimo indicare, delimitare, veicolare intuizioni relative a dubbi mai risolti – suggerire, una volta di più, la possibilità di una ristrutturazione cognitiva delle circostanze dantesche. 
Si tratta di suggestioni o poco più, ma di fatto, anche questo primo-martedì del mese, resteremo all’ombra dell’antica Abbazia e nei contorni del quartiere di Dante; là dove ogni presenza sembra suggerire qualcosa oltre sé stessa, e tutto risulta paradossalmente attuale.


Il Chiasso di Badia


L'esistenza del chiasso ci è nota attraverso una serie di documenti rogati tra la fine del Duecento e i primi anni del Trecento, provenienti dal fondo diplomatico della Badia e citati da autori come Michele Barbi, Giorgio Piranesi, Anna Franchi e altri.
La posizione e l’estensione del vicoletto, ricordato nei documenti come classum, emerge con una certa chiarezza dalla lettura incrociata delle fonti, ma non senza ambiguità. Il suo percorso preciso, e forse tortuoso, resta oggetto di possibile studio. Senz'altro il vicolo tangeva luoghi d'interesse, sensibili alla ricostruzione della vita quotidiana di Dante – con tanto di “reazioni acute” a inizio Novecento, durante le discussioni sulla localizzazione delle case degli Alighieri.

Stando alle descrizioni dei confini che compaiono nei documenti, il chiasso correva sul lato orientale del complesso monastico, in corrispondenza dell'antica facciata della Badia che allora guardava non verso via del Proconsolo (come l'ingresso attuale) ma appunto verso est. Il chiasso era quindi contiguo a una piccola piazza o sacrato (forse divisa dal resto da un diaframma che delimitava lo spazio ecclesiale) corrispondente all'incirca all’attuale cortile accessibile della Badia, nel cui portico si trova oggi l’ingresso alla chiesa e, a destra, le tracce di un'antica facciata.

Guardando a nord, non è chiaro dove avesse inizio questo vicolo, così come non conosciamo l'organizzazione degli antichi casamenti nell’immediato sudest della Torre della Castagna, tutti o quasi proprietà della Badia. Possiamo però immaginare che qualche tipo di camminamento permettesse d'accedere al vicolo, dalla strada corrispondente all’attuale via de’ Magazzini o dal terreno dietro l’abside di San Martino (quello dove cresceva il noto fico di Alighiero), se non addirittura dall'attuale via Santa Margherita.

Dall'ingresso della Badia il percorso si dirigeva poi verso meridione e quindi verso via del Garbo, l'antico nome del tratto di strada che oggi corrisponde in parte a via della Condotta. È stato ipotizzato da Giorgio Piranesi, nel suo studio sulle case degli Alighieri (1), che il “chiassuolo” si collegasse idealmente, procedendo a sud, al vicolo de' Gondi — il mozzicone cieco che ancora sopravvive nei pressi del palazzo omonimo, dove oggi si trovano i tavolini di un ristorante.


 
Il progetto di una nuova strada e gli abbattimenti


Il chiasso era fiancheggiato o forse addirittura definito, sul lato opposto alla Badia, dalla casa di Cione di Bello, cugino del padre di Dante e consorte degli Alighieri. La sua proprietà emerge nei documenti con una certa insistenza: già nel 1295 Cione riscattava, da una confisca del Comune ai danni del figlio Lapo, la sedicesima parte di due fabbricati situati nel popolo di San Martino del Vescovo, confinanti con i beni dei Cerchi e con quelli della Badia Fiorentina (2). 

Negli anni tra il 1297 e il 1301, su pressione della consorteria dei Cerchi, il Comune tentò più volte di aprire una nuova strada che, partendo dalla plathea Orti Sancti Michaellis (la piazza di Orsanmichele), attraversasse la loggia e la piazza dei Cerchi per giungere alla via del palazzo comunale, il futuro Bargello. Come ricostruisce Michele Barbi in un saggio del 1921 (3), il progetto fu tentato per la prima volta nel gennaio 1297 e poi ripreso nell'agosto 1301. La nuova via sarebbe dovuta passare attraverso le case dei Cerchi e di Cione — fino «ad viam sive classum que vel qui est iusta domum dicti monasteri retro domos domini Cionis del Bello» (4).  Il chiasso era dunque il punto d'arrivo della nuova strada, dal quale era possibile, forse con un’ulteriore percorso adiacente alla chiesa, giungere all’attuale via del Proconsolo e al Bargello.

Nel 1301 la strada fu effettivamente aperta. L'operazione comportò la demolizione parziale delle case coinvolte e la conseguente liquidazione degli indennizzi, registrata in un atto del 17 ottobre. La somma corrisposta a Cione — la più alta tra i privati — suggerisce che la sua proprietà avesse subito il danno più consistente. È il momento in cui abbiamo perso buona parte delle proprietà della famiglia di Dante.

L’apertura della strada fu effimera. Già nel 1302, e soprattutto in seguito all’esilio del Bianchi e la caduta dei Cerchi, l’abate e il monastero della Badia richiesero alla Signoria la restituzione del terreno sottratto, sostenendo che i beni ecclesiastici non potessero essere alienati. I Priori accolsero la richiesta. Il tratto di strada aperto attraverso le proprietà della Badia fu dunque chiuso e su quel terreno vennero eretti, nel corso del Trecento, gli edifici con i grandi archi in pietra concia che caratterizzano ancor oggi via de' Magazzini.
Da allora, il “chiasso di Badia” non compare più nei documenti, anche se possiamo intuire la sua esistenza successivamente, come nel caso d'altri vicoli ed entità le quali, pur affermando i confini delle proprietà, permettono comunque di spostarsi a piedi tra di esse. 
Su tali proprietà, a mio avviso talvolta fraintese nell'entità sostanziale – più che nei proprietari, generalmente dichiarati – avremmo molto altro da dire.


… E Dante?

A parte la sua importanza nella determinazione degli edifici tutto intorno, il  “chiasso di Badia” non è luogo di poco conto, se consideriamo chi e quando lo percorse, o abitò nei suoi pressi. 
Fu quel vicolo che forse Dante imboccò in momenti cruciali della sua esistenza, nella frequentazione della Badia e del quartiere in generale.
Ad esempio, dopo il primo incontro con Beatrice che si dice avvenne alla Badia – quindi nel fervore seguente alla manifestazione della "grazia più assoluta". O quando assistette al matrimonio della donna, per poi allontanarsi furtivamente … come s'osserva nel dipinto di Raffaello Sorbi esposto in Santa Margherita; o quando, colmo di rabbia, si recò a casa del suo bis-zio Cione, dopo l’omicidio del fratello di quest’ultimo, Geri – e da quel chiasso passò forse lo stesso assassino, nella penombra fiorentina della notte precedente ...

Qui, nel rione dei rioni, dove tutto è realtà e cosmo – storia e anima al contempo –, anche il “chiasso fantasma” della Badia, come concetto e pittogramma, sembra essere investito di qualche funzione ulteriore. Consiglio sempre di visitare questi luoghi a notte fonda, o al mattino prestissimo, per evitare la ressa e intuire ciò che resta – forse, almeno in noi stessi.


Lorenzo Pecchioni
Fiorendipità. Ogni primo Marte-dì del mese
(nominando Dante almeno una volta)



Note

1) Giorgio Piranesi, Delle case degli Alighieri, Firenze 1915, p. 6 (da non confondersi con analoga ma più vasta pubblicazione "Le case degli Alighieri").

2) Sulla casa di Cione e sulla suddetta strada ci siamo dilungati, a proposito della diatriba tra M. Barbi e G. Piranesi, in Oltre l'ombra del grande fico, appunti di ricerca sul quartiere dantesco, Press & Archeos, Firenze 2019, pp. 36 e seg.Vescovo, confinanti con i beni dei Cerchi e con quelli della Badia Fiorentina.

3) Come ricostruisce Michele Barbi nel suo saggio del 1921, L'Uffizio di Dante per i lavori di via S. Procolo, in Studi Danteschi, vol. III, Firenze 1921, pp. 89-128.

4) Badia di Firenze, 11 luglio; è il documento in cui viene restituito a Cione stesso il terreno della casa demolita. Ibid., pp. 126-127.