La Badia fiorentina
L'abbazia di Santa Maria Assunta, detta "la Badia" per quella felice contrazione popolare che è già di per sé un atto d'affetto, fu fondata nel 978 dalla contessa Willa di Toscana. Sede delle prime magistrature repubblicane fiorentine, luogo in cui Boccaccio tenne nel 1373 la prima lettura pubblica della Commedia, scena possibile del leggendario primo incontro fra Dante e Beatrice ... la Badia è uno degli edifici più carichi di storia di Firenze.
Entità protagonista del luogo è Ugo di Toscana, il «Gran Barone», celebrato da Dante nel sedicesimo canto del Paradiso. Il suo stemma (uno scudo a bande rosse e bianche) è ancora visibile sulla parete della Badia. In realtà Ugo visse in età prearaldica e non possedette alcuno stemma e quello visibile è una creazione posteriore; un'invenzione della tradizione medievale, che rivela quanto il marchese fosse diventato importante per l’immaginario cittadino (1).
Il portale, la scalinata, l'aquila
La storia dell'Oca di Badia comincia intorno al 1494, quando i Pandolfini affidarono a Benedetto da Rovezzano la progettazione del portale su via del Proconsolo, con una scalinata a due rampe con balaustra completata entro il 1511. La scalinata conferiva all'ingresso una solennità quasi palatina e in posizione prominente campeggiava lo stemma dell'aquila imperiale. La sua presenza non era né casuale né puramente decorativa: nel 1002 l'imperatore Ottone III aveva confermato alla Badia tutti i suoi privilegi, attribuendole il titolo di «Imperiale e Reale». Un monastero che portava quel titolo aveva ogni ragione di esibire l'aquila come suo emblema. E l'aquila, con il suo carico simbolico-araldico antico di secoli — insegna delle legioni romane, simbolo di Carlo Magno, emblema ghibellino nella lotta delle investiture — era un'icona tanto potente quanto ingombrante.
Forse proprio per questo, o anche per il tratto infelice della figura, il popolo fiorentino chiamò questa insegna «Oca di Badia». È un fenomeno che conosciamo già: il fiorentino tende a essere sprezzante con le effigi simboli del potere e con i loro personaggi. In questo caso l’oggetto dello scherzo era, indirettamente, il fattore imperiale.
Vi è al contempo un affetto nei confronti di queste figure, ridimensionate dall’ironia, che diventano riferimenti per la vita cittadina. E chissà in quanti si sono trovati "sotto l’oca”, quante cose sono avvenute, nel bene e nel male, sotto il suo sguardo.
La soppressione, il Carnevale e la fine dell'oca
La storia dell’oca finisce quando tutto cambiò per la Badia stessa. All’inizio del XIX secolo, con le soppressioni napoleoniche, il monastero venne chiuso e il complesso frazionato per abitazioni, negozi, magazzini. La Badia sopravvisse ma ridimensionata e depauperata.
Nel 1870, quando il portale su via del Proconsolo viene riconfigurato, la scalinata a due rampe su cui troneggiava lo stemma imperiale viene demolita e sostituita con alcuni gradini più modesti. Il motivo è irresistibilmente prosaico: la scalinata intralciava il traffico della strada, soprattutto in occasione del Carnevale, quando una parata di maschere e carrozze andava da piazza Santa Croce a piazza Santa Trinita passando da lì (2).
Dello splendido portale cinquecentesco l'unica parte conservata è l'architrave originale, con delfini allusivi allo stemma gentilizio dei Pandolfini, oggi al Museo Nazionale del Bargello. Lo stemma di Ugo di Toscana è ancora sulla parete della Badia, a maggior altezza. Al posto della perduta architettura viene aggiunta la lunetta in terracotta policroma invetriata attribuita a Benedetto Buglioni, ancora oggi visibile sopra il portale. L'oca è, appunto, scomparsa (4).
Dove sia finita non è documentato in nessun modo. Probabilmente smantellata o dispersa come materiale di risulta, destino comune di molti elementi lapidei nei cantieri ottocenteschi. O forse acquisita da qualche ignoto – forse ancora esposta su qualche edificazione, da inconsapevoli proprietari, chissà dove.
In alternativa possiamo immaginarla sommersa in quella sorta di limbo che ha accolto altre statue fiorentine scomparse, come quella di Marte, la testa della Primavera, l'opera di Clet, l'elefantino ... di cui abbiamo parlato il mese scorso.
La "sindrome dell'Oca". Il ribaltamento del nome come spunto per l'indagine
Il soprannome Oca rovescia deliberatamente ogni gerarchia simbolica. Prende il vertice assoluto dell'araldica imperiale e lo riconduce alla dimensione domestica, rurale, quasi comica. L'oca è l'animale per antonomasia dello stupido e del goffo; «non fare l'oca», si dice a Firenze a chi si comporta scioccamente. È un gesto di sostanziale demistificazione ed è questo il punto: di solito denuncia un’esagerazione o un pavoneggiarsi.
Così, il “Biancone” esagera col marmo, il “Tacca” con il metallo (del Porcellino); Donatello, Masaccio, Botticelli sono nomi vezzeggiativi, accrescitivi, storpiati — ciascuno riconduce il grande uomo, generalmente pieno di sé o gonfiato dalla storia, a qualcosa di più piccolo e familiare.
Ed ecco che i monaci della Badia “esageravano” nel fregiarsi del titolo imperiale, atteggiandosi come oche. E così a Firenze, nella stessa epoca, altri monaci – quelli francescani che avevano fatto voto di povertà – cominciarono ad arricchirsi costruendo una delle chiese più grandi del mondo: Santa Croce. È forse per questo che il popolo fiorentino li definì ironicamente “frati de i' Tempio”? Per quanto resti solo uno spunto suggestivo, ciò spiegherebbe il consolidamento definitivo di quel toponimo - mentre la sua origine corrisponde a tutt’altra questione (5).
Il caso, insomma, non è isolato. Firenze ha sempre ribattezzato i propri monumenti con una sistematicità che merita riflessione. Mentre nella ricerca toponomastica – e questo non solo nel territorio fiorentino – si è talvolta dedicato sin troppo tempo a comprendere autorevolmente dei nomi che erano forse, invece, sostanzialmente ironici.
Volker Breidecker, nella sua ricerca sul carattere fiorentino, ha descritto come da tutte le fonti d'epoca traspaia costantemente la grande importanza che i fiorentini attribuivano all'apparenza, al portamento, all'atteggiarsi, alle parole e ai gesti — e quanto fossero attenti a osservare con occhio critico la propria e altrui potenza o, più precisamente, impotenza (6). È proprio questa acutezza dello sguardo a produrre l'ironia: chi osserva tutto con quella precisione, finisce per trovar naturale la distanza comica tra l'aquila imperiale e l'oca da cortile.
La maschera che simboleggia Firenze nella commedia dell'arte è Stenterello, che si muove tra le classi sociali strizzando l'occhio agli spettatori con ironia affilata. Non un eroe, non un nobile, ma un popolano acuto che sopravvive ridendo e che, ridendo, smonta il potere.
La sopravvivenza
Tornando all'Oca, c'è infine una dimensione politica di lungo periodo. L'aquila era il simbolo del partito ghibellino, il segno della fedeltà all'Impero contro il Papato: chiamarla «oca» poteva significare — consciamente o meno — riattivare il residuo di quella postura guelfa che Firenze ha mantenuto per secoli, e che oggi torna talvolta alla ribalta. Come se scrollarsi di dosso le pretese imperiali, europee e lobbistiche fosse perpetuamente necessario.
Di fatto non parleremmo di tutto questo – di un certo guelfismo di popolo e di quella fatidica aquila imperiale, ma forse nemmeno della scalinata/portale di Benedetto da Rovezzano – se il gesto critico-ironico non fosse sopravvissuto all’oggetto del suo scherno.
In un certo senso, l’oca ha salvato l’aquila dall’oblio, e questo a Firenze resta un meccanismo fondamentale: quasi uno strumento di preservazione dell’identità.
Lorenzo Pecchioni
Fiorendipità
ogni primo Marte-dì del mese
Note
1) Sulla fondazione della Badia e sul personaggio di Ugo di Toscana si veda Alessandro Guidotti, La Badia fiorentina, Becocci, Firenze 1982 e Placido Puccinelli, Istoria delle eroiche azioni di Ugo il Grande, Firenze 1664. Per la questione prearaldica degli stemmi medievali cfr. Hannelore Zug Tucci, Istituzioni araldiche e paraldiche nella vita toscana del duecento, in Istituzioni e società in Toscana nell'età moderna, Roma 1994.
2) La storia della rimozione della scalinata nel 1870 è documentata in Piero Bargellini, Ennio Guarnieri, Le strade di Firenze, Bonechi, Firenze 1978, vol. III, pp. 186-193; e in Guidotti, La Badia fiorentina, cit.
4) Per l'architrave Pandolfini al Bargello cfr. la voce Benedetto da Rovezzano in Wikipedia (it.wikipedia.org); per i restauri recenti si veda Fulvia Zeuli (a cura di), La Badia Fiorentina. Vicende storiche e architettoniche dal Quattrocento all'Ottocento e i moderni cantieri di restauro, in Quaderni del Servizio Educativo, vol. I, nn. 61-62, Polistampa, Firenze 2021.
5) Come osservato in una recente conferenza alla Libreria Salvemini (3 marzo 2026), sono da notare almeno due o tre fasi di affermazione del toponimo templare caratterizzante la zona di Santa Croce. Se è indubbio che sia esistito un tempio inteso come manufatto fisico, è altrettanto vero che il nome si sia esteso alle proprietà francescane e non è da escludersi che, definendo volgarmente i "frati da' tempio" (come avviene già nel Testamento di Bietrice, del 1278) si facesse qualche ironia sul progetto della nuova grande chiesa, considerato da molti uno scandaloso oltraggio alla vocazione francescana originaria.
6) Volker Breidecker, Florenz oder: Die Rede, die zum Auge spricht, Schreiber, Monaco 1990, discusso in Barbara Beuys, Firenze nel Medioevo. Vita urbana e passioni politiche, Mondadori, Milano 2000.
Foto del portale della badia di Sailko, CC3.0
