Quando ricerchiamo sulla vita e sull'opera di un personaggio storico, comprendere nel dettaglio i luoghi dove visse le proprie giornate — quindi la sua città, il suo rione, la sua casa — è certo importante al fine di creare una base di ricerca oggettiva, quanto intuitiva, per penetrare la realtà delle relazioni e degli adattamenti umani. Occuparsi della casa di un personaggio storico non è un vezzo fine a sé stesso, talvolta orientato a determinare speciali natalità; persino sacre come fu senz’altro, per alcuni, la ricerca della casa di Dante. E difatti anche in quel caso, calandosi nella questione storiografica o addirittura catastale, vediamo come ricercare su una casa significhi ripercorrere il solco dei rapporti umani.
Da quale finestra si affacciava Gemma, o persino Beatrice, mostrandosi visibile da una certa altra finestra? Perché Dante visse in una casa che risulta poco prima esser proprietà dell’ “oscuro” Geri Alighieri? Quali relazioni aveva con Cione (o con i Cioni, perchè due furono)? Perché qualcuno ha fatto di tutto, finché possibile, per porre Dante altrove dall’attuale casa-museo? Ma per quanto plateale, quello del Sommo Poeta e della sua dimora avìta è solo uno dei tanti esempi possibili.
Tra entità immobiliari, monolocali sotterranei e "paranoie da sottotetto"; tra faide vicinali, amori visuali ed effetti zeigarnik, è indubbio che questo blog abbia cara la questione di ciò che fu “casa”: il suo imprescindibile valore e imperscrutabile simbolismo. O anche solo affermando la semplice possibilità che uno o due confini definibili - a latere di qualcuno o qualcosa -, ci dicono quando e dove si trovasse il personaggio ricercato. Talvolta con il corollario - non da poco - dell’indiziarci su chi potesse essere nell’animo costui; perché al di là dei dettagli del caso, è certo che nel medioevo non si potesse avere rapporti di buon vicinato con chiunque.
È forse per queste ragioni che tempo addietro, nel corso di tutt’altra ricerca, notai un documento che parlava di un'abitazione, proprietà di un uomo poco ricordato oggi, ma certo meritevole, vissuto nel Duecento fiorentino.
Dov’era la casa di Pietro Bonfante o Buonfante? Nella ricerca sulla zona d’Isola d’Arno mi sono avvicinato a questa figura (da non confondersi con un famoso omonimo dell’Ottocento), nota soprattutto alla storiografia letteraria medievista e comparso in poche fonti documentali per la sua attività di giudice (iudex). Salta agli occhi — leggendo il Davidshon — che costui avesse amici non da poco: quei "templari" rarefatti e fluttuanti che sarebbero stati suoi vicini o dirimpettai nel quartiere di Santa Croce. Ma c'è ovviamente molto altro.
Pietro Bonfante compare come ambasciatore dei ghibellini di Firenze a Siena, il 26 ottobre 1251. Nello stesso contesto, circa un mese dopo (28 novembre) rappresenta nella stessa sede anche gli aretini (1). Da altri elementi deduciamo il suo impegno per la difesa dei diritti della fazione di cui sembra far parte.
Forse proprio in seno a questa attività di giurista, l’uomo realizzò i sui interessi letterari, poiché il mondo degli uomini di legge era acculturato e bisognoso di riferimenti, compendi, documentazioni. La figura è nominata in molti studi visibili anche su web, dedicati alla produzione italiana di testi storici e cronache volgari. Pietro è uno dei primissimi autori ad aver scelto la lingua volgare, traducendo una nota cronaca universale latina: il Chronicon pontificum et imperatorum di Martino Polono che si arresta al papato di Niccolò III (1283 circa).
La Cronaca
Le attestazioni relative alla versione di questa cronaca attribuita a Bonfante non provengono da colophon espliciti ma da segnalazioni indirette in inventari manoscritti, repertori eruditi e riferimenti bibliografici moderni.
La tradizione più citata rinvia a testi oggi conservati a Firenze, in particolare presso la Biblioteca Medicea Laurenziana e la Biblioteca Nazionale Centrale. Tra i codici frequentemente messi in relazione con le versioni volgari del Chronicon segnalo il Laurenziano Pluteo XX, sin. 5 e il Pluteo XLII, 23, che contengono testi storiografici in volgare, affini per struttura e lessico al modello martiniano sebbene l’attribuzione diretta a Bonfante resti problematica. La presenza del Chronicon volgare è attestata inoltre in manoscritti miscellanei, accostato a cronache cittadine, testi morali e compilazioni giuridico-storiche, il ché rafforza l’ipotesi di una circolazione in ambienti notarili e amministrativi.
Nessun manoscritto oggi noto reca una formula del tipo “translato da Pietro Bonfante”, ma l’associazione del suo nome alla traduzione compare già nella storiografia sei- settecentesca, in particolare in autori come Ludovico Antonio Muratori e Girolamo Tiraboschi. Questa tradizione, pur non suffragata da prove decisive, non può essere liquidata come errore o invenzione. D'altronde l’opera di volgarizzazione di Pietro Bonfante può inserirsi in un quadro più ampio di attività culturali toscane di fine Duecento e inizio Trecento — un passaggio di spirito decisivo per la futura lingua nazionale — quando altri avevano già contribuito alla traduzione di compendi e testi enciclopedici, si pensi al Tesoro di Brunetto Latini presentato in francese antico.
Pietro e la sua casa
Come detto di Pietro Bonfante si sia ben poco ma, tornando a noi, è interessante dove avesse preso casa a Firenze: nella zona (già detta “borgo”) intorno alla primissima chiesa di Santa Croce. Così, il 25 settembre del 1251, poco prima delle note missioni nel senese, il giudice Piero Bonfante ospita un atto nella sua casa che si trova “vicino al tempio” (2). Su queste presenze, il grande storico Robert Davidshon ha una visione ai limiti dell'eccentrico: Bonfante era un “vicino dei templari” presso i quali si sentiva in qualche modo «tranquillo» (3).
In quel periodo la zona di Santa Croce era ricca di cantieri e di nuovi fermenti legati anzitutto alla presenza dei francescani, intorno a un luogo che già era stato definito “tempio”. Al di là di ciò che possa essere stato questo "tempio" (4) possiamo affermare, per via inferenziale, che il suo centro ideale cade in un luogo inglobato nelle proprietà dei frati di San Francesco; il cui avvento a Firenze, dopo le prime comprensibili incertezze, ebbe un notevole successo popolare e apparve come una sorta di rivoluzione spirituale. Per quanto questi frati divennero a breve depositari del tribunale
dell'Inquisizione, e il quartiere si stesse sviluppando in modi
imprevedibili.
La fonte che richiama la casa di Bonfante ci dice due cose importanti per gettare qualche luce su quel momento e su quel luogo, in buona parrte ancora imperscrutabile.
Anzitutto, afferma l’esistenza di una casa che è vicina al tempio, senza nominare Santa Croce, mentre in altre fonti coeve i due concetti sono impressi contemporaneamente. Questo ci suggerisce un’estensione spaziale e ideale del tempio. La casa di Bonfante si sarebbe trovata dall’altro lato di questo spazio/proprietà rispetto alla chiesa francescana (5), così che non era necessario nominarla direttamente.
Inoltre, se osiamo interpretare in chiave intellettuale la prospettiva offerta dal documento, possiamo dedurre qualcosa di più in senso qualitativo.
Non so se Pietro, uomo di aperte vedute, fosse amico di qualche templare che già si muoveva in città, ma certo era vicino dei frati minori, ed era probabilmente un simpatizzante della spiritualità francescana. L’elite dei ghibellini (e tale era Bonfante, a quanto si deduce dalle fonti) ebbe legami con i francescani che furono intesi, almeno inizialmente, come manifestazione di rivalsa sul potere materiale del papato. Questo aspetto si acuì nel caso dell’eresia degli Spirituali; ma già dagli inizi e attraverso la reintegrazione dei minori in «Santa Madre Chiesa» la questione restò viva. In un tale contesto di pensiero potrebbe essersi rafforzata l’idea, al tempo rivoluzionaria, di scegliere per il volgare, la lingua del popolo, nelle traduzioni dei testi latini.
Così forse, come ad altri ghibellini, al Buonfante piacque costruire la sua casa da signore (6) nel vivace borgo, vicino agli orti dove i minori predicavano e dove si apprestavano a costruire una nuova chiesa.
Riguardo ai fantomatici templari, ancora una volta ci risulta improbabile immaginarli in tale contesto. Del resto, sussurri o schiamazzi di questi frati e dei loro adepti si sarebbero sentiti a breve in tutt'altra zona, presso Porta Faenza, dove compaiono nelle prime fonti fiorentine comprovate.
LP
Fiorendipità
ogni primo Martedì del mese
Note
1) R. Davidshon, Storia di Firenze, Sansoni 1977, II, 385.
2) «Actum ad domum domini Petri Bonfantis prope tempium», R. Davidshon, Forschungen, I, p. 165.
3) «Il 25 settembre però si trovava ancora, tranquillo, nella sua casa situata vicino alla dimora dei Templari (vicino a Santa Croce) a Firenze», R. Davidshon, Storia di Firenze, cit., II, p. 547.
4) A tal proposito rimando al mio In cerca del tempio. Appunti sul quartiere di Santa Croce e sulle origini di un toponimo, Press & Archeos, firenze 2025.
5) Ibidem, p. 63.
5) Una tipologia di abitazioni delineata in varie pubblicazioni del passato, che ho cercato di ricostruire senza pretese scientifiche, con IA, nell'immagine pubblicata in questo articolo.
Nota dell’autore: i testi pubblicati in questo blog sono scritti generalmente in pochi giorni se non poche ore, in prossimità del Marte-dì di riferimento, ed è possibile che contengano approssimazioni tecniche; refusi o altri tipi di errori, quanto riferimenti (a persone o cose) da ritenersi casuali. Si invita i ricercatori, se mai fosse necessario, a vagliare in altra sede i dati storici e si resta comunque a disposizione (in email o commenti, anche sui social) per errata corrige e precisazioni varie.
