Il 21 febbraio 2026 la città si è svegliata con una notizia surreale, ma dal sapore tutto sommato antico: l’“Uomo Comune” di Clet Abraham, installato sul Ponte alle Grazie, è stato sradicato e gettato nell’Arno. Recuperato in mattinata sull’ormeggio dei Canottieri, ma ahimé decapitato. L’artista ha promesso una ricompensa a chi ritroverà la testa prima che arrivi a Pisa … sempre che non sia diventata una specie di trofeo tra le mani dei vandalizzatori.
È un fatto che colpisce non solo per la sua teatralità, ma per quel senso di deja-vu che sarà affiorato immediatamente, io credo, nelle coscienze di tanti fiorentini.
Nella memoria collettiva della città già corre difatti una storia antica e leggendaria, quella della statua di Marte che durante l’alluvione del 4 novembre 1333 fu trascinata via dalla piena dal fiume e mai riapparse. Secondo alcuni non si volle ritrovarla, per liberarsi definitivamente delle tradizioni che ancora si svolgevano intorno alla “pietra scena”, come la appellò Dante. Può darsi; ma si tratta in fondo di una questione paradigmatica: quella di Marte è la statua delle statue, il demone delle sacralità, il fiorentino dei fiorentini.
Proveniente forse dal foro romano, la scultura rappresentava in realtà Diocleziano o un altro personaggio della politica romana. L’episodio della sua scomparsa fu registrato dai cronisti e divenne ben presto cifra simbolica dell’imprevedibilità del fiume e dell’inevitabile fusione tra storia concreta e mito popolare. Forse segnò la fine di un’epoca, un passaggio di stato, l’evoluzione di un certo daimon di cui abbiamo già parlato in passato (1). Proprio sotto la statua marziale cominciarono, molto tempo prima, le faide e le lotte tra Neri e Bianchi, con l’uccisione di Buondelmonte Buondelmonti.
“Riti di passaggio” o no, comunque sia i fiorentini avrebbero continuato a fare danni a sé e alle proprie icone. Sorvoliamo su quelli alle persone reali, gettate nelle acque in vari momenti di crisi o confitti civili; così come su altri danni, recati ad altre immagini artistiche, di cui mi sono occupato in un articolo di qualche mese fa (2). Venendo a un'epoca recente, ecco il caso della grande statua della Primavera collocata sul Ponte Santa Trinita, anch’essa protagonista di uno “smarrimento”, stavolta temporaneo. La statua fu coinvolta nell'esplosione del ponte che fu minato dai tedeschi il 4 agosto del 1944, e di lì a breve fu recuperata acefala.
Anche in quel caso la vicenda assunse toni curiosi, con volantini e
ricompense affissi in città alla ricerca della preziosa parte mancante. La testa della Primavera scomparve per anni prima di essere ritrovata da un renaiolo nel 1961. Un po' come se il fiume avesse deciso di custodirla nelle sue profondità per un tempo indefinito, in una sorta di abduction.
Così, quella testa non era forse "più la stessa", ma caricata di valori ulteriori.
Queste suggestioni d’acqua e pietra ci parlano di qualcosa che va oltre il semplice vandalismo. Certo, l’atto di gettare una scultura nell’Arno — o di decapitarla, o inveirvi — è anzitutto un gesto d'inciviltà che deve essere perseguito, una provocazione anti-artistica. Ma c’è anche un altro livello di lettura, meno letterale e più psicologico-collettivo.
Firenze è una città che vive di memorie, di colonne, statue, santi e eroi che affollano piazze e angoli, eppure è anche una città che sembra avere un rapporto ambivalente con queste icone. Come se ci fosse un principio di profondità che tenta di rimescolare le carte dell’identità urbana e far emergere, attraverso la ferita, la presa o la perdita, un nucleo più autentico dell’esperienza esistenziale fiorentina.
In questo senso, il gesto che ha privato L’Uomo Comune della sua testa non è solo un atto vandalico. Potremmo vederlo come la metafora di una certa rabbia latente, o interrogarci su un livello d'elaborazione psichica in cui immagini tanto iconiche, insieme ai valori che rappresentano, vengono trattenute, offrendosi a una potenziale rielaborazione.
A quale "livello immaginario" si trova ora la testa dell'Uomo comune? Non mi riferisco certo alla cantina dei vandali, né alle profondità di un ansa del fiume ... e certo, l'artista stesso, potrebbe interpretare questa fantasia in modo pertinente.
In alcuni i casi, e forse anche nel caso dell'omino del Ponte alle Grazie, intravedo persino il tentativo - o meglio l'occasione - di riaffidarsi al corso della cronologia (il fiume) in momenti in cui la città rischia di perdersi sul sentiero che conduce ad un assorbimento nell’immagine di sé stessa.
Un rigurgito – se vogliamo dirla così – che, ahimè, generalmente porta solo ad ulteriori smarrimenti narcisistici. Ci si dimena ma si cede, poi, qualcosa di più. Quasi dei passaggi di livello in un processo di lenta “scomparsa”. Come di fatto fu, poderosamente, in seguito all’Alluvione del ’66.
È una qualche fiorentinità originaria, di cui forse già parlava Dante,
che perpetuamente scompare a sé stessa, con qualche sussulto … con tutti
i sintomi del caso.
A proposito di questa sfuggente identità fiorentina, mi tornano in mente certe parole di mio babbo, forse in qualche modo rassicuranti: "la Chimera è sempre viva, per quanto in sonno e, se necessario, pronta a riapparire nella storia di Toscana ..." (3). Ma, nel frattempo, il mio pensiero va piuttosto ad un altro mitico animale.
A quella statua di elefantino che poco meno di dieci anni fa l’Arno, al contrario, restituì.
Ci furono ore di curiosità, poi nessuno seppe più nulla; a volte mi chiedo ancora che cosa potesse "esserci dentro" (in un twit di quel tempo, affermai ironicamente questa domanda). E non solo perchè si trattava forse di una specie di grosso scrigno, frutto d'un artigianato esotico.
Se per caso un elefante che emerge dalle acque può rappresentare un nuovo inizio, un presagio di fortuna e riemersione dall’inconscio … direi che il sortilegio fallì, e mi chiedo che cosa dovrebbe mai riemergere adesso, per smuovere le Acque!
L. Pecchioni
Fiorendipità
ogni primo Marte-dì del mese
Note
1) https://www.pressandarcheos.com/articoli/il-daimon-dei-fiorentini-la-statuta-di-marte-a-ponte-vecchio/
2) Interessandomi alle statue di Orsanmichele, vedi in questo blog.
3) Etruschi e Rinascimento, Press & Archeos, Firenze 2018, p. 104.

